sabato 4 aprile 2015

L'Aquila, l'ultima beffa: i terremotati devono restituire il risarcimento

Dopo l'assoluzione in secondo grado della Commissione Grandi Rischi, la Protezione Civile chiede la restituzione delle somme a chi come Tonino, ha perso due figlie, la casa e il lavoro e dopo sei anni ancora non è riuscito a ricostruire la sua vita


La richiesta è arrivata a casa della madre. E’ un “atto di messa in mora” con un “intimazione di pagamento” dei soldi ricevuti, è stato inviato a tutti i parenti delle 309 vittime del terremoto del 6 aprile del 2009 a L’Aquila. Nel caso di Tonino l’ordine è di restituire 30mila euro più gli interessi, la somma che il tribunale aveva considerato giusta per ricompensarlo della perdita di due figlie. La compagna probabilmente non è stata calcolata nel risarcimento: non essendo sposati era come se non esistesse. La casa è stata esclusa perché Tonino aveva un reddito alto, poteva pensarci da solo a ricostruirsi un tetto. E nemmeno il lavoro è stato preso in considerazione, sei anni e mezzo fa era il titolare di una delle principali ditte di autotrasporto del capoluogo. Aveva 30 dipendenti, clienti e merci da tutt’Italia: poteva ricominciare come se nulla fosse successo, dovevano aver pensato i giudici del tribunale.

Dopo il terremoto, dopo aver riconosciuto quel che restava delle figlie, e dopo averle viste calare in una fossa a 12 e 15 anni, in effetti Tonino aveva ricominciato a fare qualcosa. “Il primo anno c’era tanta gente tra vigili del fuoco, volontari, tecnici. Si lavorava comunque. Dopo è arrivato il momento peggiore, quando i riflettori si sono spenti e noi siamo rimasti soli con le macerie”, racconta. Da quel momento in poi lavoro non ce n’era davvero più. I clienti di Tonino continuavano a ritirare la merce ma non pagavano più. Uno di loro è arrivato ad accumulare 200mila euro di debiti con lui. 

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