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sabato 22 dicembre 2018

Centri per l’impiego, flop al Sud: il 72% con pochi pc o senza web

Qui è come se il mondo si fosse fermato, regna ancora la carta, niente email, Pec, internet sembra bandito nella comunicazione con i cittadini, bisogna venire di persona per qualsiasi pratica, anche la più banale». Incontriamo Andrea (39 anni) fuori dall’affollato centro per l’impiego di Roma Primavalle: «È la terza volta che torno -spiega-, la prima mancavano dei documenti, non sapevo quali presentare e un impiegato infastidito mi ha indicato una bacheca appesa alla parete con le istruzioni».
Nella rete dei 501 Cpi, la metà ha dotazioni informatiche insufficienti (il 72% nel Sud e nelle Isole), per gli organici c’è un problema quantitativo e qualitativo: molti dei 7.934 dipendenti (contro i 98.739 addetti della Germania, i 74.080 del Regno Unito, i 54mila della Francia e gli 8.945 della Spagna), per effetto del blocco del turn over hanno un’età avanzata, una scarsa dimestichezza con il digitale, sono abituati a svolgere compiti puramente burocratici - complici le scelte dei governi che hanno privilegiato gli investimenti per le politiche passive -, non hanno avuto la formazione necessaria per rispondere alle nuove sfide delle politiche attive. Tuttavia i Cpi funzionanti sono il presuposto per un reddito di cittadinanza che non si risolva in puro assistenzialismo, visto che i centri dovranno proporre offerte di lavoro ai beneficiari del sussidio: è in gioco la condizionalità della misura. In generale prevale un clima di sfiducia (solo il 3,4% ha trovato lavoro con i Cpi), ma non mancano alcune eccellenze, soprattutto nel Centro Nord.

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