sabato 27 giugno 2015

Quaranta liguri all’inferno: «Preghiamo che non tocchi a noi»

Il lungomare adesso sembra un luna park cupo a cui hanno spento le luci. Il paradiso degli occidentali si è trasformato in una prigione presidiata da elicotteri e soldati. Mentre i turisti, paradosso per una cittadina che vive su hotel e resort, sono diventati il pericolo da evitare: «Sono il bersaglio dei terroristi e abbiamo deciso di stare lontani dai luoghi che frequentano. Non andiamo a pranzo, ce lo facciamo portare in cantiere. E si cena a casa, senza uscire la sera. Almeno fino a quando la situazione non si sarà ristabilita».
 
- L’Isis rivendica l’attentato in Tunisia, sventato un attacco alla parata militare di Londra 
 
Renzo Giacchero, 56 anni e una famiglia tra Genova e Ovada, è site manager di Ansaldo Energia nella centrale di Sousse, un impianto termoelettrico a ciclo combinato che l’azienda italiana sta costruendo alle porte della cittadina tunisina insieme a una ditta canadese. Vive nell’altra Sousse, quella dove gli stranieri non girano in costume ma con il caschetto. Sono settantacinque i tecnici italiani che vivono a pochi passi dall’albergo dove è avvenuto il massacro, molti dei quali liguri dipendenti della società genovese: «Ci siamo subito contati, per essere sicuri che fossimo tutti al sicuro. E siamo rimasti in cantiere, mentre il responsabile sicurezza è subito volato sul luogo dell’attentato per capire se ci fossero ulteriori minacce. Abbiamo protocolli di sicurezza molto rigidi. L’unico timore era per un collega, che stando all’elenco della Farnesina era ancora residente al Riu Imperial Marhaba di Port El Kantaoui,ma in realtà si era trasferito in una struttura gemella a pochi chilometri di distanza».

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